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Anni fa, nell’ambito dell'inchiesta della Procura di Roma che coinvolse, tra gli altri, Telecom Italia Sparkle e Fastweb, ebbi occasione di occuparmi direttamente di Sparkle quale amministratore giudiziario. Non intendo qui ripercorrere una vicenda processuale complessa, che appartiene ormai a una stagione diversa e che, per alcune posizioni manageriali, ha conosciuto esiti assolutori definitivi. Mi interessa, piuttosto, richiamare un dato che già allora appariva evidente a chi fosse chiamato a osservare la Società non dall’esterno, ma dall’interno di una funzione di presidio: Sparkle non poteva essere considerata soltanto una partecipata industriale, né soltanto un compendio aziendale esposto alle conseguenze di una crisi giudiziaria. Era, già allora, un asset nel quale il valore patrimoniale - ritenuto in fase di indagine semi-incommensurabile, si intrecciava con un valore strategico difficilmente riducibile alle ordinarie categorie contabili. Sparkle poneva già allora il tema della tutela di un’infrastruttura il cui valore, appunto, sembrava non potersi far coincidere solo con quello iscritto in bilancio.

Oggi, a distanza di anni, la questione si ripresenta in un contesto profondamente mutato. Non è più l’amministrazione giudiziaria a interrogarsi sul valore da preservare, ma lo Stato, attraverso gli strumenti del diritto pubblico dell’economia, della politica industriale e della sicurezza nazionale. La vicenda relativa all’acquisizione di Sparkle da parte di un veicolo controllato dal Ministero dell’Economia e delle Finanze e partecipato da Retelit non è, quindi, soltanto un’operazione societaria. È un caso particolarmente significativo della trasformazione del Golden Power da potere speciale di reazione a strumento ordinamentale di governo del rischio strategico. In questa prospettiva, Sparkle diviene un osservatorio privilegiato per comprendere come l’interesse nazionale, nel capitalismo digitale, non si collochi più soltanto nei tradizionali settori della difesa, dell’energia o dei trasporti, ma investa la materialità stessa della connettività: cavi sottomarini, dorsali terrestri, landing station, data center, nodi di interconnessione, sistemi di sicurezza fisica e logica delle reti.

Sparkle è oggi il principale operatore internazionale italiano nel settore delle telecomunicazioni globali e gestisce una dorsale mondiale di oltre 600.000 chilometri di fibra terrestre e cavi sottomarini. La società offre servizi di infrastruttura e connettività internazionale a operatori di telecomunicazioni, imprese multinazionali, piattaforme digitali, fornitori di contenuti e soggetti che dipendono, per la propria attività, dalla continuità e dalla sicurezza del trasporto dei dati. La rete di Sparkle attraversa Europa, Mediterraneo, Africa, Medio Oriente, Americhe e Asia, e la sua rilevanza non può essere compresa se la si guarda soltanto come una rete commerciale. Essa è, piuttosto, una porzione della geografia fisica dell’economia digitale. In un’epoca in cui la quasi totalità delle relazioni economiche avanzate dipende da flussi informativi transnazionali, la proprietà, la gestione e la protezione delle infrastrutture di trasmissione assumono un rilievo pubblicistico che eccede la normale disciplina dell’impresa.

L’operazione attualmente in corso si inserisce in questa cornice. Il 12 febbraio 2025 il consiglio di amministrazione di TIM ha approvato l’offerta presentata dal MEF e da Retelit per l’acquisto del 100% di Sparkle, attribuendo alla società un valore di 700 milioni di euro. Il successivo accordo del 14 aprile 2025 è stato sottoscritto tra TIM e Boost BidCo, veicolo controllato dal MEF e partecipato da Retelit, con previsione di aggiustamenti del prezzo in funzione dell’indebitamento netto, del capitale circolante al closing e, in determinate ipotesi, del mancato raggiungimento di obiettivi di EBITDA. L’operazione è stata espressamente subordinata al completamento delle attività propedeutiche, tra cui le autorizzazioni antitrust e Golden Power. In seguito, TIM ha comunicato il differimento del long-stop date al 15 ottobre 2026, precisando che la cessione era attesa, secondo il comunicato del 14 aprile 2026, nel secondo trimestre del 2026. Alla data in cui scrivo, pertanto, la prudenza impone di trattare la vicenda come operazione in corso di perfezionamento, non come trasferimento definitivamente consolidato.

La cifra di 700 milioni costituisce naturalmente un dato rilevante, ma non esaurisce il problema giuridico. Il prezzo misura il valore negoziale dell’asset all’interno di una transazione determinata; non misura, se non indirettamente, il valore strategico dell’infrastruttura per il sistema-Paese. Questa distinzione è essenziale. Nel diritto societario e nel diritto dei mercati finanziari, il valore viene normalmente ricostruito attraverso parametri economici, industriali e prospettici: capacità reddituale, flussi di cassa attesi, posizione competitiva, sinergie, indebitamento, fabbisogno di investimenti, moltiplicatori di settore. Nel diritto pubblico dell’economia, tuttavia, vi sono beni e imprese il cui valore non si lascia integralmente catturare da tali criteri, perché l’asset svolge anche una funzione di sistema. Nel caso di Sparkle, tale funzione riguarda la continuità delle comunicazioni internazionali, la resilienza delle reti, la protezione dei flussi informativi, la capacità di ridondanza delle rotte, la sicurezza delle landing station e la posizione dell’Italia quale snodo mediterraneo della connettività globale.

La nozione di interesse nazionale, applicata a Sparkle, deve dunque essere maneggiata con attenzione. Non si tratta di attribuire automaticamente carattere strategico a ogni società tecnologica o a ogni infrastruttura digitale. Un uso inflazionato della sicurezza nazionale rischierebbe di trasformare il Golden Power in una clausola generale di intervento pubblico, con effetti distorsivi sul mercato e con possibili tensioni rispetto al diritto dell’Unione europea, come già ho rimarcato in altri articoli. Il punto, piuttosto, è comprendere quando l’infrastruttura privata assuma una funzione pubblica di fatto, perché dalla sua continuità, integrità e governabilità dipendono interessi essenziali dello Stato e del sistema economico. Sparkle appartiene a questa categoria non per una valutazione nominalistica, ma per la natura dell’attività svolta, per la collocazione internazionale della rete, per il ruolo dei cavi sottomarini e per la connessione sempre più stretta tra telecomunicazioni, sicurezza cibernetica, autonomia tecnologica e politica estera economica.

Questa evoluzione è perfettamente coerente con la traiettoria del Golden Power italiano. Il decreto-legge 15 marzo 2012, n. 21, ha segnato il passaggio dalla vecchia logica della golden share a un sistema di poteri speciali esercitabili su specifiche operazioni e assetti societari nei settori della difesa e sicurezza nazionale, nonché nelle attività di rilevanza strategica nei settori dell’energia, dei trasporti e delle comunicazioni. Il superamento della golden share non ha significato il venir meno dell’intervento pubblico, ma la sua ricostruzione in termini compatibili con il diritto europeo: non più prerogative azionarie speciali legate alla qualità dello Stato socio, bensì poteri amministrativi fondati su presupposti normativi, esercitabili in funzione di tutela di interessi essenziali e soggetti a vincoli di proporzionalità, motivazione e controllo.

Negli anni successivi, il Golden Power ha progressivamente ampliato il proprio raggio d’azione. L’espansione non ha riguardato soltanto il numero dei settori inclusi, ma soprattutto la qualità del rischio scrutinato. La disciplina è passata da una logica prevalentemente proprietaria, centrata sull’acquisto di partecipazioni da parte di soggetti potenzialmente ostili, a una logica funzionale, attenta alla capacità dell’operazione di incidere sulla governance, sull’accesso a informazioni sensibili, sulla continuità operativa, sulla sicurezza delle forniture, sulla localizzazione di attività essenziali e sulla disponibilità di tecnologie critiche. Il Golden Power contemporaneo non si limita più a chiedere se un soggetto possa entrare nel capitale di una società strategica; valuta se quell’ingresso, quella delibera, quel contratto, quella riorganizzazione o quella catena di fornitura possano alterare la capacità dello Stato di presidiare un interesse essenziale.

La vicenda Sparkle mostra in modo particolarmente chiaro questa trasformazione. Nel caso di specie, infatti, l’intervento pubblico non si presenta soltanto nella forma del controllo amministrativo sull’operazione, ma anche nella forma della partecipazione diretta del MEF al veicolo acquirente. Si determina così una convergenza tra due piani che devono rimanere concettualmente distinti: da un lato il Golden Power quale potere autoritativo di scrutinio, condizionamento o opposizione; dall’altro la scelta di politica industriale di ricondurre un’infrastruttura critica entro un perimetro proprietario nel quale il soggetto pubblico assume un ruolo determinante. La distinzione è importante perché il Golden Power non richiede necessariamente la proprietà pubblica dell’asset. Esso può operare anche rispetto a società integralmente private, attraverso prescrizioni e condizioni. Tuttavia, nel caso di infrastrutture particolarmente sensibili, la presenza pubblica nel capitale può essere ritenuta funzionale a rendere più stabile e coerente il presidio strategico.

Non si tratta, a mio avviso, di un semplice ritorno allo Stato imprenditore. La categoria dello Stato imprenditore, pur storicamente importante nel diritto pubblico dell’economia italiano, rischia di essere oggi troppo generica. Più precisamente, la vicenda Sparkle sembra inserirsi in un modello di capitalismo strategico nel quale lo Stato non pretende di sostituire il mercato, ma interviene per evitare che taluni nodi infrastrutturali siano governati esclusivamente secondo logiche finanziarie o proprietarie di breve periodo. La differenza è decisiva. Nello Stato imprenditore classico, l’intervento pubblico si giustificava spesso in ragione dell’assunzione diretta di funzioni produttive, della promozione dello sviluppo industriale o della gestione di monopoli naturali. Nel capitalismo strategico contemporaneo, invece, l’intervento pubblico si concentra sui punti di vulnerabilità sistemica: reti, piattaforme, dati, semiconduttori, cloud, cavi, tecnologie dual use, intelligenza artificiale, cybersecurity, materie prime critiche. Lo Stato non ritorna necessariamente a produrre tutto, ma seleziona ciò che non può essere lasciato privo di presidio.

Questo mutamento è il riflesso di una trasformazione più ampia della sicurezza nazionale. La sicurezza non è più confinata alla dimensione militare o alla difesa territoriale. Essa comprende ormai la sicurezza economica, la sicurezza delle infrastrutture critiche, la sicurezza cibernetica, la protezione dei dati, la continuità delle catene di approvvigionamento e la capacità di reagire a crisi ibride che possono colpire non soltanto basi militari o confini, ma anche porti, reti energetiche, satelliti, cavi sottomarini e sistemi digitali. L’Unione europea ha preso atto di questa evoluzione con il Regolamento 2019/452, che istituisce un quadro europeo per il controllo degli investimenti esteri diretti per motivi di sicurezza o ordine pubblico, e più recentemente con l’Action Plan on Cable Security del 2025, dedicato specificamente alla sicurezza e resilienza delle infrastrutture di cavi sottomarini.

La rilevanza dei cavi sottomarini merita un approfondimento specifico. Per lungo tempo essi sono rimasti invisibili nel dibattito pubblico, quasi fossero un dettaglio tecnico della connettività globale. In realtà, la rete digitale mondiale poggia in misura preponderante su tali infrastrutture. Già il comunicato relativo al protocollo tra Marina Militare e Sparkle ricordava che oltre il 97% del flusso internet su cui si fonda la società contemporanea viene trasmesso attraverso una fitta rete di cavi sottomarini. L’apparente immaterialità del digitale si rovescia così nella sua materialità più estrema: i dati non circolano in uno spazio astratto, ma attraversano fondali, punti di approdo, condotte, apparati, stazioni di atterraggio, sistemi di alimentazione, piattaforme di monitoraggio e reti terrestri di raccolta e distribuzione.

Da questo punto di vista, la sicurezza dei cavi sottomarini non è soltanto una questione di telecomunicazioni, ma un tema di ordine pubblico economico. Il danneggiamento, l’interruzione, la sorveglianza ostile o la dipendenza da rotte non sufficientemente diversificate possono produrre conseguenze rilevanti sulla continuità di servizi essenziali, sull’attività delle imprese, sulle comunicazioni istituzionali, sui mercati finanziari, sui servizi cloud e sulle relazioni internazionali. L’Action Plan europeo del 2025 conferma tale impostazione, proponendo un approccio fondato sull’intero ciclo della resilienza: prevenzione, rilevazione, risposta, riparazione e deterrenza. È significativo che la Commissione europea e l’Alto rappresentante abbiano collocato la sicurezza dei cavi non soltanto nell’ambito della connettività digitale, ma anche in quello della cybersecurity e della protezione delle infrastrutture marittime critiche.

Sparkle si colloca esattamente in questo punto di intersezione. La società non gestisce una rete qualsiasi, ma un’infrastruttura internazionale che contribuisce alla posizione dell’Italia nel Mediterraneo digitale. I progetti di rafforzamento delle dorsali e dei collegamenti sottomarini, anche nella prospettiva delle rotte tra Europa, Africa, Medio Oriente e Asia, evidenziano come il Mediterraneo non sia soltanto uno spazio geopolitico tradizionale, ma anche uno spazio di transito dei dati. In tale contesto, l’Italia può limitarsi a essere territorio di attraversamento oppure può ambire a essere piattaforma di interconnessione, luogo di approdo, smistamento, protezione e valorizzazione dei flussi digitali. La differenza non è meramente geografica. È industriale, tecnologica e giuridica.

La centralità della dimensione subacquea è confermata anche dalle iniziative di cooperazione istituzionale e industriale avviate negli ultimi anni. Nel luglio 2022 Sparkle e Marina Militare hanno sottoscritto un protocollo d’intesa per migliorare la protezione delle infrastrutture di comunicazione sottomarine, prevedendo attività di ricerca, procedure operative condivise, ricognizione e monitoraggio dei cavi e delle aree limitrofe, supporto cartografico e assistenza in situazioni operative emergenziali. Il comunicato collocava espressamente tale cooperazione in un settore ritenuto strategico per lo sviluppo socio-economico del Paese. Nel dicembre 2024 Sparkle e Fincantieri hanno poi firmato un memorandum d’intesa per sviluppare soluzioni innovative di sorveglianza e protezione dei cavi sottomarini, valorizzando l’esperienza di Fincantieri nella dimensione underwater e la rete globale di Sparkle, composta da oltre 600.000 chilometri di fibra, di cui il 90% posata su cavi sottomarini.

Questi accordi segnalano che la strategicità dell’asset non si esaurisce nella sua titolarità proprietaria. Una infrastruttura critica è realmente presidiata solo se alla proprietà si accompagnano capacità operative, tecnologiche, informative e istituzionali di protezione. La sicurezza non coincide con l’intestazione delle quote sociali. Richiede monitoraggio, manutenzione, capacità di intervento, coordinamento con le autorità competenti, conoscenza dei fondali, valutazione dei rischi cyber e fisici, controllo della supply chain, protocolli di risposta agli incidenti e capacità di assicurare continuità del servizio. Da qui deriva una conseguenza rilevante anche sul piano giuridico: il Golden Power non può essere pensato soltanto come potere di blocco, ma deve essere concepito come potere di conformazione. La prescrizione, più ancora del veto, è il vero strumento del Golden Power maturo, perché consente di modulare l’operazione, salvaguardando l’apertura al mercato ma imponendo condizioni idonee a neutralizzare o ridurre il rischio strategico.

Questa funzione conformativa è particolarmente importante nei casi in cui l’operazione coinvolga soggetti europei o comunque soggetti inseriti in contesti ordinamentali alleati. L’interesse nazionale non opera soltanto nei confronti di investitori ostili o provenienti da giurisdizioni considerate problematiche. Esso rileva anche quando la struttura dell’operazione, la governance futura, i rapporti contrattuali, la dipendenza tecnologica o la localizzazione delle funzioni essenziali possano generare vulnerabilità. Il rischio strategico, infatti, non coincide necessariamente con la nazionalità dell’investitore. Può derivare dalla frammentazione della governance, dall’opacità della catena partecipativa, dall’esposizione finanziaria, dalla dipendenza da fornitori critici, dalla possibilità di accesso a dati sensibili o dalla perdita di capacità decisionale su investimenti infrastrutturali di lungo periodo.

È in questo senso che il Golden Power si distingue tanto dal diritto antitrust quanto dalla regolazione settoriale. L’antitrust valuta il funzionamento concorrenziale dei mercati, l’esistenza di posizioni dominanti, le concentrazioni, le barriere all’ingresso e gli effetti dell’operazione sui consumatori o sugli operatori concorrenti. La regolazione settoriale presidia l’accesso alla rete, la qualità del servizio, le condizioni tecniche, la parità di trattamento, gli obblighi di servizio o gli standard di sicurezza previsti dalla normativa applicabile. Il Golden Power, invece, interviene su un piano diverso: quello dell’interesse essenziale dello Stato alla conservazione della governabilità strategica dell’asset. La Commissione europea ha esaminato l’operazione MEF-Retelit-Sparkle sotto il profilo del controllo delle concentrazioni, registrata come caso M.11992, e ne ha autorizzato l’acquisizione del controllo congiunto nell’aprile 2026. Ciò non esaurisce, né potrebbe esaurire, la valutazione Golden Power, che risponde a una diversa razionalità giuridica.

Il rapporto tra diritto europeo e Golden Power nazionale è, sotto questo profilo, uno dei nodi più delicati. Il diritto dell’Unione europea conserva un’impostazione favorevole alla circolazione dei capitali, alla libertà di stabilimento e all’apertura degli investimenti; allo stesso tempo, riconosce che determinate operazioni possano essere sottoposte a scrutinio per ragioni di sicurezza o ordine pubblico. Il Regolamento 2019/452 non crea un Golden Power europeo sostitutivo di quelli nazionali, ma istituisce un quadro di cooperazione e coordinamento tra Stati membri e Commissione, confermando che la sicurezza resta un ambito nel quale la valutazione nazionale mantiene un ruolo centrale. Ne deriva un equilibrio complesso: lo Stato può proteggere i propri asset strategici, ma deve farlo con strumenti proporzionati, motivati, non discriminatori e non pretestuosi. Il Golden Power è compatibile con il mercato unico solo se non diventa protezionismo amministrativo. Al tempo stesso, il mercato unico resta sostenibile solo se non pretende di ignorare le vulnerabilità infrastrutturali e tecnologiche degli Stati membri.

La vicenda Sparkle consente allora di formulare una tesi più generale. Il Golden Power non è più soltanto il diritto dell’emergenza proprietaria, ma sta diventando una componente stabile del diritto pubblico dell’economia. Esso opera in un’area nella quale le tradizionali distinzioni tra pubblico e privato, interno ed esterno, economico e strategico, infrastruttura e servizio, proprietà e controllo risultano sempre meno nette. Una società privata può gestire un’infrastruttura essenziale per la sovranità digitale. Un investimento formalmente economico può incidere sulla sicurezza nazionale. Un cavo sottomarino può essere contemporaneamente un bene industriale, una dorsale commerciale, un’infrastruttura critica e un obiettivo geopolitico. Un’operazione societaria può essere irrilevante sotto il profilo antitrust e, al tempo stesso, rilevante sotto il profilo Golden Power.

Ciò non significa che ogni operazione su un’infrastruttura digitale debba essere attratta automaticamente nell’orbita del potere speciale. Il rischio di abuso concettuale è reale. Se la sicurezza nazionale diventa una formula elastica, buona per giustificare qualunque intervento pubblico, il Golden Power perde la propria legittimazione giuridica. La sua forza, invece, dipende dalla capacità di distinguere. Occorre distinguere tra asset ordinari e asset realmente critici; tra rischio generico e rischio qualificato; tra tutela dell’interesse nazionale e protezione di interessi economici contingenti; tra condizioni proporzionate e indebita interferenza nella libertà d’impresa; tra governo del rischio e sostituzione amministrativa delle scelte industriali. In questa prospettiva, Sparkle non è un caso qualsiasi proprio perché consente una motivazione robusta della rilevanza strategica: rete internazionale, prevalenza della componente sottomarina, centralità mediterranea, rapporti con Marina Militare e Fincantieri, connessione con le politiche europee di cable security, funzione essenziale nella trasmissione dei dati.

Il caso Sparkle dimostra inoltre che la sovranità digitale non può essere ridotta alla localizzazione dei dati o alla nazionalità dei fornitori di servizi cloud. Questi profili sono certamente rilevanti, ma non esauriscono il tema. Prima ancora del cloud vi è la rete; prima ancora della piattaforma vi è la capacità di trasmissione; prima ancora dell’applicazione vi è l’infrastruttura fisica che consente ai dati di circolare. La retorica dell’immateriale ha spesso occultato questa evidenza. Il digitale ha bisogno di materia: cavi, energia, apparati, edifici, fondali, navi posacavi, stazioni di atterraggio, sistemi di sicurezza, tecnici, manutenzione, autorizzazioni amministrative. La sovranità digitale, se vuole essere concetto giuridicamente serio, deve tornare a misurarsi con questa materialità.

In questa chiave, l’intervento del MEF non deve essere letto soltanto come operazione finanziaria o come tassello della ristrutturazione del gruppo TIM. È anche una scelta di perimetro. Attraverso l’acquisizione di Sparkle, lo Stato segnala che talune infrastrutture non possono essere considerate integralmente disponibili secondo la sola logica del mercato delle partecipazioni. Ciò non equivale a negare il mercato. Al contrario, significa riconoscere che il mercato, per funzionare in settori ad alta intensità strategica, necessita di una cornice pubblica capace di assicurare stabilità, continuità e sicurezza. La presenza di Retelit, soggetto industriale privato, mostra peraltro che non si tratta di una statalizzazione pura, ma di un modello misto nel quale capitale pubblico e competenze industriali private vengono ricomposti attorno a un obiettivo di presidio infrastrutturale.

Resta, naturalmente, il problema della qualità della governance futura. L’acquisizione pubblica o a controllo pubblico non garantisce di per sé efficienza, investimenti, innovazione o sicurezza. Una infrastruttura strategica può essere formalmente protetta e sostanzialmente indebolita se non dispone di adeguate risorse, se la governance è incerta, se gli investimenti vengono rinviati, se il coordinamento istituzionale è inefficiente o se la società viene trattata come mero asset finanziario. Il vero banco di prova non sarà dunque soltanto il closing dell’operazione, ma la capacità di assicurare a Sparkle una strategia industriale coerente con la sua funzione sistemica. Il Golden Power può impedire alcune vulnerabilità, ma non può sostituire una politica industriale. Può prescrivere condizioni, ma non può da solo generare investimenti. Può presidiare un perimetro, ma non può garantire che quel perimetro venga valorizzato.

Da questo punto di vista, la vicenda Sparkle impone anche una riflessione sulla responsabilità dello Stato azionista. Quando lo Stato assume una posizione proprietaria in un asset strategico, non può comportarsi come un investitore qualunque. Deve evitare tanto l’inerzia burocratica quanto l’uso meramente politico dell’impresa. Deve definire obiettivi industriali, presidiare la sicurezza, favorire investimenti di lungo periodo, mantenere competenze tecniche, assicurare autonomia gestionale e al tempo stesso garantire coerenza con gli interessi essenziali del Paese. La difficoltà sta proprio in questo equilibrio: Sparkle deve restare impresa, perché solo un’impresa efficiente può competere sui mercati internazionali della connettività; ma deve essere governata come infrastruttura critica, perché la sua funzione eccede quella di un normale operatore commerciale.

La parabola che va dal 2010 al 2026 è, in definitiva, istruttiva. Nel 2010 Sparkle emerse all’attenzione pubblica dentro una crisi giudiziaria. Il problema era preservare continuità, valore, legalità e funzionalità aziendale in un contesto ritenuto patologico dalla Procura. Nel 2026 Sparkle torna al centro del dibattito dentro una crisi geopolitica e tecnologica più ampia, nella quale le infrastrutture digitali sono diventate terreno di competizione tra Stati, imprese globali e attori ibridi. La lente è cambiata: non più amministrazione giudiziaria, ma Golden Power; non più presidio dell’impresa in una vicenda penale, ma governo dell’asset in una strategia di sicurezza economica; non più soltanto tutela del patrimonio aziendale, ma tutela della resilienza infrastrutturale del Paese.

E tuttavia il nucleo della questione resta sorprendentemente simile. Sparkle obbliga il giurista a non fermarsi alla forma societaria. La società di capitali è il contenitore giuridico dell’impresa, ma non sempre esaurisce la natura dell’interesse coinvolto. Vi sono imprese che, per il tipo di infrastruttura gestita, diventano luoghi di emersione dell’interesse pubblico. Non cessano per questo di essere imprese; non diventano automaticamente amministrazioni pubbliche; non perdono la propria vocazione concorrenziale. Ma vengono attratte entro un regime speciale di responsabilità, vigilanza e conformazione, perché dal loro funzionamento dipende una parte della sicurezza economica nazionale.

La conclusione, allora, non può essere affidata a una contrapposizione ideologica tra pubblico e privato. La domanda non è se lo Stato debba tornare ovunque o se il mercato debba arretrare sempre. La domanda corretta è quali infrastrutture, in una determinata fase storica, assumano un rilievo tale da richiedere una forma giuridica di presidio pubblico. Sparkle è una di queste. Lo è perché la connettività internazionale non è più un servizio accessorio, ma una condizione di funzionamento dell’economia, delle istituzioni e della società. Lo è perché i cavi sottomarini sono diventati infrastrutture critiche esposte a rischi fisici, cyber e geopolitici. Lo è perché l’Italia, collocata al centro del Mediterraneo, può svolgere un ruolo strategico nella nuova geografia dei dati solo se conserva capacità di indirizzo e controllo sui propri nodi essenziali.

In questo senso, Sparkle è un caso paradigmatico del nuovo diritto dell’economia. Il Golden Power non appare più come un istituto marginale, attivabile episodicamente di fronte a operazioni ostili, ma come uno degli strumenti attraverso cui l’ordinamento prova a dare forma giuridica alla sovranità economica nell’età delle infrastrutture critiche. La sua legittimità dipenderà dalla capacità di restare rigoroso, proporzionato e controllabile; la sua efficacia dipenderà dalla capacità di non limitarsi al divieto, ma di contribuire alla costruzione di assetti stabili, resilienti e industrialmente credibili. Sparkle, da questo punto di vista, non è soltanto una società oggetto di acquisizione. È un test sulla capacità dello Stato di riconoscere il valore strategico là dove il mercato vede anzitutto un prezzo, e sulla capacità del diritto di governare infrastrutture che sono private nella forma, ma pubbliche nella funzione sistemica che svolgono.


Years ago, in the context of the high-profile investigation conducted by the Rome Public Prosecutor’s Office involving, among others, Telecom Italia Sparkle and Fastweb, I had the opportunity to deal directly with Sparkle in my capacity as court-appointed judicial administrator. I do not intend here to revisit a complex criminal proceeding, which now belongs to a different period and which, for certain managerial positions, resulted in final acquittals. Rather, I wish to recall a circumstance that was already apparent at the time to anyone called upon to observe the company not from the outside, but from within a supervisory function: Sparkle could not be regarded merely as an industrial subsidiary, nor simply as a business complex exposed to the consequences of a judicial crisis. It was already an asset in which patrimonial value — considered during the investigation phase to be almost incommensurable — was intertwined with a strategic value that could hardly be reduced to ordinary accounting categories. Sparkle already raised the issue of protecting an infrastructure whose value, precisely for that reason, seemed incapable of being equated solely with the value recorded in the balance sheet.

Today, many years later, the issue arises again in a profoundly changed context. It is no longer the judicial administration that is called upon to consider the value to be preserved, but the State, through the instruments of public economic law, industrial policy and national security. The matter concerning the acquisition of Sparkle by a vehicle controlled by the Ministry of Economy and Finance and participated in by Retelit is therefore not merely a corporate transaction. It is a particularly significant case in the transformation of Golden Power from a special reactive power into an institutional instrument for governing strategic risk. From this perspective, Sparkle becomes a privileged vantage point from which to understand how, in digital capitalism, the national interest is no longer located only within the traditional sectors of defence, energy or transport, but also concerns the very materiality of connectivity: submarine cables, terrestrial backbones, landing stations, data centres, interconnection nodes, and the physical and logical security systems of networks.

Sparkle is today Italy’s leading international operator in the global telecommunications sector and manages a worldwide backbone of more than 600,000 kilometres of terrestrial fibre and submarine cables. The company provides infrastructure and international connectivity services to telecommunications operators, multinational enterprises, digital platforms, content providers and entities whose activities depend on the continuity and security of data transmission. Sparkle’s network crosses Europe, the Mediterranean, Africa, the Middle East, the Americas and Asia, and its relevance cannot be understood if it is viewed merely as a commercial network. It is, rather, a portion of the physical geography of the digital economy. In an age in which almost all advanced economic relations depend on transnational information flows, the ownership, management and protection of transmission infrastructure acquire a public-law significance that exceeds the ordinary regulation of enterprise.

The transaction currently under way fits within this framework. On 12 February 2025, TIM’s Board of Directors approved the offer submitted by the Ministry of Economy and Finance and Retelit for the acquisition of 100% of Sparkle, valuing the company at EUR 700 million. The subsequent agreement of 14 April 2025 was entered into between TIM and Boost BidCo, a vehicle controlled by the Ministry of Economy and Finance and participated in by Retelit, with price adjustment mechanisms based on net financial debt, working capital at closing and, in certain circumstances, the failure to achieve EBITDA targets. The transaction was expressly made subject to the completion of preliminary activities, including antitrust and Golden Power authorisations. Subsequently, TIM announced the extension of the long-stop date to 15 October 2026, specifying that, according to the announcement of 14 April 2026, completion of the sale was expected in the second quarter of 2026. As at the date of writing, therefore, prudence requires that the matter be treated as a transaction still in the process of being completed, and not as a definitively consolidated transfer.

The figure of EUR 700 million is, of course, a relevant datum, but it does not exhaust the legal issue. The price measures the transactional value of the asset within a specific deal; it does not measure, except indirectly, the strategic value of the infrastructure for the national system. This distinction is essential. In company law and financial markets law, value is normally reconstructed through economic, industrial and prospective parameters: earnings capacity, expected cash flows, competitive position, synergies, indebtedness, investment needs and sector multiples. In public economic law, however, there are assets and undertakings whose value cannot be fully captured by those criteria, because the asset also performs a systemic function. In the case of Sparkle, that function concerns the continuity of international communications, network resilience, the protection of information flows, route redundancy, the security of landing stations and Italy’s position as a Mediterranean hub of global connectivity.

The notion of national interest, as applied to Sparkle, must therefore be handled with care. This is not a matter of automatically attributing strategic character to every technology company or every digital infrastructure. An inflated use of national security would risk turning Golden Power into a general clause for public intervention, with distortive effects on the market and possible tensions with European Union law, as I have already pointed out in other articles. Rather, the point is to understand when a private infrastructure assumes a de facto public function because essential interests of the State and of the economic system depend on its continuity, integrity and governability. Sparkle belongs to this category not on the basis of a nominal assessment, but because of the nature of the activity carried out, the international location of its network, the role of submarine cables and the increasingly close connection between telecommunications, cybersecurity, technological autonomy and economic foreign policy.

This evolution is fully consistent with the trajectory of Italian Golden Power. Decree-Law No. 21 of 15 March 2012 marked the transition from the old logic of the golden share to a system of special powers exercisable over specific transactions and corporate structures in the sectors of defence and national security, as well as in activities of strategic importance in the energy, transport and communications sectors. The overcoming of the golden share did not mean the disappearance of public intervention, but rather its reconstruction in terms compatible with European law: no longer special shareholder prerogatives linked to the State’s status as shareholder, but administrative powers based on statutory prerequisites, exercisable for the purpose of protecting essential interests and subject to constraints of proportionality, reasoning and control.

In the following years, Golden Power progressively expanded its scope. This expansion concerned not only the number of sectors included, but above all the nature of the risk subject to scrutiny. The discipline moved from a predominantly ownership-based logic, centred on the acquisition of shareholdings by potentially hostile actors, to a functional logic, attentive to the capacity of a transaction to affect governance, access to sensitive information, operational continuity, security of supply, the localisation of essential activities and the availability of critical technologies. Contemporary Golden Power no longer merely asks whether a given party may enter the capital of a strategic company; it assesses whether that entry, that resolution, that contract, that reorganisation or that supply chain may alter the State’s ability to safeguard an essential interest.

The Sparkle matter shows this transformation with particular clarity. In this case, indeed, public intervention does not take the form only of administrative scrutiny of the transaction, but also of the direct participation of the Ministry of Economy and Finance in the acquiring vehicle. There is thus a convergence between two levels that must remain conceptually distinct: on the one hand, Golden Power as an authoritative power of scrutiny, conditioning or opposition; on the other, the industrial policy choice to bring a critical infrastructure within an ownership perimeter in which the public actor assumes a decisive role. The distinction is important because Golden Power does not necessarily require public ownership of the asset. It may also operate with respect to wholly private companies, through prescriptions and conditions. However, in the case of particularly sensitive infrastructure, public presence in the capital may be considered functional to making the strategic safeguard more stable and coherent.

In my view, this is not simply a return to the entrepreneurial State. The category of the entrepreneurial State, although historically important in Italian public economic law, risks being too generic today. More precisely, the Sparkle matter appears to fall within a model of strategic capitalism in which the State does not seek to replace the market, but intervenes to prevent certain infrastructural nodes from being governed exclusively according to short-term financial or ownership logics. The difference is decisive. In the classical entrepreneurial State, public intervention was often justified by the direct assumption of productive functions, the promotion of industrial development or the management of natural monopolies. In contemporary strategic capitalism, by contrast, public intervention focuses on points of systemic vulnerability: networks, platforms, data, semiconductors, cloud infrastructure, cables, dual-use technologies, artificial intelligence, cybersecurity and critical raw materials. The State does not necessarily return to producing everything, but selects what cannot be left without public oversight.

This shift reflects a broader transformation of national security. Security is no longer confined to the military dimension or to territorial defence. It now includes economic security, the security of critical infrastructure, cybersecurity, data protection, continuity of supply chains and the ability to respond to hybrid crises that may affect not only military bases or borders, but also ports, energy networks, satellites, submarine cables and digital systems. The European Union has acknowledged this evolution through Regulation 2019/452, which establishes a European framework for the screening of foreign direct investments on grounds of security or public order, and more recently through the 2025 Action Plan on Cable Security, specifically devoted to the security and resilience of submarine cable infrastructure.

The relevance of submarine cables deserves specific consideration. For a long time, they remained invisible in public debate, almost as if they were a technical detail of global connectivity. In reality, the world’s digital network rests predominantly on such infrastructure. The press release concerning the protocol between the Italian Navy and Sparkle already recalled that more than 97% of the internet flow on which contemporary society is based is transmitted through a dense network of submarine cables. The apparent immateriality of the digital realm is thus reversed into its most extreme materiality: data do not circulate in an abstract space, but pass through seabeds, landing points, ducts, equipment, landing stations, power supply systems, monitoring platforms and terrestrial collection and distribution networks.

From this perspective, the security of submarine cables is not merely a telecommunications matter, but an issue of economic public order. Damage, interruption, hostile surveillance or dependence on insufficiently diversified routes may have significant consequences for the continuity of essential services, business activity, institutional communications, financial markets, cloud services and international relations. The 2025 European Action Plan confirms this approach, proposing a framework based on the entire resilience cycle: prevention, detection, response, repair and deterrence. It is significant that the European Commission and the High Representative placed cable security not only within the field of digital connectivity, but also within cybersecurity and the protection of critical maritime infrastructure.

Sparkle is located precisely at this point of intersection. The company does not manage just any network, but an international infrastructure that contributes to Italy’s position in the digital Mediterranean. Projects to strengthen backbones and submarine connections, also in the perspective of routes between Europe, Africa, the Middle East and Asia, show that the Mediterranean is not only a traditional geopolitical space, but also a space for data transit. In this context, Italy may either limit itself to being a territory of passage or aspire to become a platform for interconnection, landing, distribution, protection and valorisation of digital flows. The difference is not merely geographical. It is industrial, technological and legal.

The centrality of the underwater dimension is also confirmed by the institutional and industrial cooperation initiatives launched in recent years. In July 2022, Sparkle and the Italian Navy signed a memorandum of understanding aimed at improving the protection of submarine communications infrastructure, providing for research activities, shared operational procedures, reconnaissance and monitoring of cables and surrounding areas, cartographic support and assistance in operational emergencies. The press release expressly placed that cooperation in a sector considered strategic for the country’s socio-economic development. In December 2024, Sparkle and Fincantieri then signed a memorandum of understanding to develop innovative solutions for the surveillance and protection of submarine cables, drawing on Fincantieri’s expertise in the underwater domain and Sparkle’s global network, consisting of more than 600,000 kilometres of fibre, 90% of which lies on submarine cables.

These agreements indicate that the strategic nature of the asset is not exhausted by its proprietary ownership. A critical infrastructure is truly safeguarded only if ownership is accompanied by operational, technological, informational and institutional protection capabilities. Security does not coincide with the formal ownership of shares. It requires monitoring, maintenance, intervention capability, coordination with the competent authorities, knowledge of the seabed, assessment of cyber and physical risks, control of the supply chain, incident response protocols and the ability to ensure continuity of service. This leads to a relevant consequence also from a legal standpoint: Golden Power cannot be conceived only as a power to block, but must be understood as a power to shape. Prescription, even more than veto, is the true instrument of a mature Golden Power, because it allows the transaction to be modulated, preserving openness to the market while imposing conditions capable of neutralising or reducing strategic risk.

This shaping function is particularly important in cases where the transaction involves European actors or, in any event, actors belonging to allied legal orders. The national interest does not operate only vis-à-vis hostile investors or investors from jurisdictions considered problematic. It is also relevant where the structure of the transaction, future governance, contractual relationships, technological dependence or localisation of essential functions may generate vulnerabilities. Strategic risk, indeed, does not necessarily coincide with the nationality of the investor. It may arise from fragmented governance, opacity in the ownership chain, financial exposure, dependence on critical suppliers, possible access to sensitive data or the loss of decision-making capacity over long-term infrastructure investments.

It is in this sense that Golden Power differs both from antitrust law and from sectoral regulation. Antitrust law assesses the competitive functioning of markets, the existence of dominant positions, concentrations, barriers to entry and the effects of a transaction on consumers or competing operators. Sectoral regulation safeguards network access, quality of service, technical conditions, equal treatment, service obligations or security standards provided for by the applicable rules. Golden Power, by contrast, operates on a different level: that of the State’s essential interest in preserving the strategic governability of the asset. The European Commission examined the MEF-Retelit-Sparkle transaction from the standpoint of merger control, registered as case M.11992, and authorised the acquisition of joint control in April 2026. This does not exhaust, nor could it exhaust, the Golden Power assessment, which responds to a different legal rationale.

The relationship between European law and national Golden Power is, in this respect, one of the most delicate issues. European Union law maintains an approach favourable to the free movement of capital, freedom of establishment and openness to investment; at the same time, it recognises that certain transactions may be subject to scrutiny on grounds of security or public order. Regulation 2019/452 does not create a European Golden Power replacing national regimes, but establishes a framework for cooperation and coordination between Member States and the Commission, confirming that security remains an area in which national assessment continues to play a central role. The result is a complex balance: the State may protect its strategic assets, but it must do so through proportionate, reasoned, non-discriminatory and non-pretextual instruments. Golden Power is compatible with the single market only if it does not become administrative protectionism. At the same time, the single market remains sustainable only if it does not claim to ignore the infrastructural and technological vulnerabilities of the Member States.

The Sparkle matter therefore allows a more general thesis to be formulated. Golden Power is no longer merely the law of ownership emergency, but is becoming a stable component of public economic law. It operates in an area in which the traditional distinctions between public and private, domestic and foreign, economic and strategic, infrastructure and service, ownership and control are becoming increasingly blurred. A private company may manage an infrastructure essential to digital sovereignty. A formally economic investment may affect national security. A submarine cable may simultaneously be an industrial asset, a commercial backbone, a critical infrastructure and a geopolitical target. A corporate transaction may be irrelevant from an antitrust perspective and, at the same time, relevant from a Golden Power perspective.

This does not mean that every transaction involving digital infrastructure should automatically be drawn into the sphere of special powers. The risk of conceptual abuse is real. If national security becomes an elastic formula suitable for justifying any form of public intervention, Golden Power loses its legal legitimacy. Its strength, instead, depends on the capacity to distinguish. It is necessary to distinguish between ordinary assets and genuinely critical assets; between generic risk and qualified risk; between protection of the national interest and protection of contingent economic interests; between proportionate conditions and undue interference with freedom of enterprise; between risk governance and administrative substitution for industrial choices. From this perspective, Sparkle is not an ordinary case precisely because it allows for a robust justification of its strategic relevance: an international network, the predominance of the submarine component, Mediterranean centrality, relations with the Italian Navy and Fincantieri, connection with European cable security policies and an essential function in data transmission.

The Sparkle case also demonstrates that digital sovereignty cannot be reduced to data localisation or to the nationality of cloud service providers. These aspects are certainly relevant, but they do not exhaust the issue. Before the cloud, there is the network; before the platform, there is transmission capacity; before the application, there is the physical infrastructure that enables data to circulate. The rhetoric of immateriality has often obscured this evidence. The digital realm requires matter: cables, energy, equipment, buildings, seabeds, cable-laying vessels, landing stations, security systems, technicians, maintenance and administrative authorisations. If digital sovereignty is to be a legally serious concept, it must once again confront this materiality.

In this key, the intervention of the Ministry of Economy and Finance should not be read merely as a financial transaction or as a step in the restructuring of the TIM group. It is also a perimeter-setting choice. Through the acquisition of Sparkle, the State signals that certain infrastructures cannot be considered fully disposable according to the sole logic of the market for shareholdings. This does not amount to denying the market. On the contrary, it means recognising that, in highly strategic sectors, the market requires a public framework capable of ensuring stability, continuity and security. The presence of Retelit, a private industrial actor, also shows that this is not a pure nationalisation, but a mixed model in which public capital and private industrial expertise are recomposed around the objective of infrastructural oversight.

There remains, of course, the issue of the quality of future governance. Public acquisition or acquisition under public control does not in itself guarantee efficiency, investment, innovation or security. A strategic infrastructure may be formally protected and substantively weakened if it does not have adequate resources, if governance is uncertain, if investments are postponed, if institutional coordination is inefficient or if the company is treated as a mere financial asset. The true test will therefore not be only the closing of the transaction, but the ability to ensure that Sparkle has an industrial strategy consistent with its systemic function. Golden Power may prevent certain vulnerabilities, but it cannot replace industrial policy. It may prescribe conditions, but it cannot by itself generate investment. It may safeguard a perimeter, but it cannot guarantee that that perimeter will be valorised.

From this perspective, the Sparkle matter also calls for reflection on the responsibility of the State as shareholder. When the State assumes an ownership position in a strategic asset, it cannot behave like any ordinary investor. It must avoid both bureaucratic inertia and the merely political use of the undertaking. It must define industrial objectives, safeguard security, promote long-term investment, maintain technical expertise, ensure managerial autonomy and, at the same time, guarantee consistency with the country’s essential interests. The difficulty lies precisely in this balance: Sparkle must remain an enterprise, because only an efficient enterprise can compete in the international connectivity markets; but it must be governed as a critical infrastructure, because its function exceeds that of an ordinary commercial operator.

The trajectory from 2010 to 2026 is, ultimately, instructive. In 2010, Sparkle came to public attention within a judicial crisis. The issue was to preserve continuity, value, legality and business functionality in a context deemed pathological by the Prosecutor’s Office. In 2026, Sparkle returns to the centre of debate within a broader geopolitical and technological crisis, in which digital infrastructures have become a field of competition among States, global companies and hybrid actors. The lens has changed: no longer judicial administration, but Golden Power; no longer safeguarding the enterprise within a criminal proceeding, but governing the asset within a strategy of economic security; no longer merely protecting corporate assets, but protecting the infrastructural resilience of the country.

And yet the core of the issue remains surprisingly similar. Sparkle requires the jurist not to stop at the corporate form. The company limited by shares is the legal container of the enterprise, but it does not always exhaust the nature of the interest involved. There are undertakings which, by virtue of the type of infrastructure they manage, become places where the public interest emerges. They do not thereby cease to be enterprises; they do not automatically become public administrations; they do not lose their competitive vocation. But they are drawn into a special regime of responsibility, supervision and shaping, because part of national economic security depends on their functioning.

The conclusion, therefore, cannot be entrusted to an ideological opposition between public and private. The question is not whether the State should return everywhere or whether the market should always retreat. The correct question is which infrastructures, in a given historical phase, assume such significance as to require a legal form of public oversight. Sparkle is one of them. It is so because international connectivity is no longer an ancillary service, but a condition for the functioning of the economy, institutions and society. It is so because submarine cables have become critical infrastructures exposed to physical, cyber and geopolitical risks. It is so because Italy, located at the centre of the Mediterranean, can play a strategic role in the new geography of data only if it retains capacity for direction and control over its essential nodes.

In this sense, Sparkle is a paradigmatic case of the new law of the economy. Golden Power no longer appears as a marginal institution, activated episodically in response to hostile transactions, but as one of the instruments through which the legal order seeks to give juridical form to economic sovereignty in the age of critical infrastructures. Its legitimacy will depend on its capacity to remain rigorous, proportionate and subject to control; its effectiveness will depend on its capacity not to confine itself to prohibition, but to contribute to the construction of stable, resilient and industrially credible arrangements. From this point of view, Sparkle is not merely a company subject to acquisition. It is a test of the State’s capacity to recognise strategic value where the market primarily sees a price, and of the law’s capacity to govern infrastructures that are private in form, but public in the systemic function they perform.