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Il decreto adottato dal Governo il 10 aprile 2026 su Pirelli non può essere letto come un semplice episodio di irrigidimento politico nei confronti del socio cinese. Una lettura di questo tipo è troppo corta per cogliere il punto. La vicenda, in realtà, mostra con particolare chiarezza come il Golden Power italiano stia mutando natura. Non siamo più soltanto davanti a uno strumento che arresta un’operazione, blocca un’acquisizione o si oppone all’ingresso di un investitore estero in un settore sensibile. Siamo davanti a qualcosa di più sofisticato: un potere che, quando l’asset strategico è tecnologico, immateriale e incorporato nella fisiologia organizzativa dell’impresa, arriva a modellare la governance interna della società, a redistribuire i punti di comando, a selezionare i canali di accesso all’informazione e, in ultima istanza, a separare la partecipazione economica dal potere effettivo di governo.
È precisamente questo il senso profondo del caso Pirelli. Il punto non è, o non è più soltanto, che in Pirelli sieda un grande azionista cinese. Il punto è che Pirelli sia stata qualificata come impresa detentrice di tecnologia di rilevanza strategica e che, a partire da questa qualificazione, la questione non possa più essere affrontata con gli strumenti ordinari del diritto societario. Una volta che la società entri nel perimetro degli attivi strategici, il rapporto tra azionista, consiglio, management e tecnologia non è più neutro. Diventa oggetto di scrutinio pubblicistico. E, se necessario, di conformazione autoritativa.
Per comprendere la portata dell’intervento di aprile 2026 bisogna partire da qui: Pirelli non assume rilievo nel sistema Golden Power in quanto produttrice di pneumatici in senso tradizionale. La sua rilevanza deriva dalla natura del Cyber Tyre e dalla sua collocazione all’incrocio tra sensoristica, software, trattamento dei dati, elettronica di bordo e mobilità connessa. Il pneumatico intelligente non è più un bene industriale meramente materiale; è un terminale tecnologico. È un punto di raccolta di informazioni, di elaborazione algoritmica, di comunicazione con il veicolo. In questa chiave, la questione Pirelli non è una questione sulla gomma. È una questione sulla disponibilità sostanziale di una tecnologia che rientra nel perimetro della sensoristica avanzata e che, per tale via, entra nello spazio della sicurezza economica e tecnologica.
Qui il DPCM n. 179 del 2020 assume un ruolo decisivo. Non come semplice decreto di contorno, ma come snodo regolatorio che consente di leggere correttamente la fattispecie. Il riferimento alle tecnologie critiche, afferenti, tra l’altro, alla sensoristica e agli attuatori spiega perché il problema Pirelli sia stato attratto nell’orbita dell’art. 2 del d.l. n. 21/2012. Il punto non è stabilire se Pirelli gestisca una rete, un’infrastruttura pubblica o un servizio essenziale nel senso tradizionale del termine. Il punto è che essa presidia una tecnologia che, per la sua capacità di raccogliere, processare e trasmettere dati, è suscettibile di incidere su interessi che il legislatore considera strategici. E, quando il bene protetto è di questa natura, il tradizionale lessico della partecipazione societaria non basta più.
Per questo l’art. 2 del d.l. n. 21/2012 va letto, nel caso Pirelli, in tutta la sua estensione sistematica. Il comma 1-ter non è un dettaglio tecnico, ma il punto di aggancio che consente l’individuazione, per via regolamentare, degli ulteriori beni e rapporti di interesse nazionale nei settori estesi. Il comma 2-bis non è una disposizione ancillare, ma la norma che rende rilevanti le delibere, gli atti e le operazioni che incidono su titolarità, controllo o disponibilità degli attivi strategici così individuati. Il comma 6, a sua volta, non è una clausola meramente descrittiva, ma un criterio di qualificazione del rischio, poiché attribuisce rilievo specifico al fatto che l’investitore sia direttamente o indirettamente controllato da un’amministrazione pubblica di un Paese non appartenente all’Unione europea. Nel caso Pirelli, questi tre livelli normativi si saldano perfettamente: la tecnologia rilevante è quella individuata dal DPCM; l’operazione o l’assetto di governance incide sulla disponibilità sostanziale di quell’attivo; l’azionista interessato è riconducibile a un gruppo statale cinese. Il caso, quindi, non vive di suggestioni geopolitiche estemporanee, ma di un preciso innesto normativo.
Il decreto del 2023 aveva già tradotto questo impianto in una forma sorprendentemente avanzata di intervento. E qui, probabilmente, si annida il vero nucleo della vicenda. Quel decreto non si limitò a imporre cautele o a richiedere generiche forme di autonomia societaria:costruì un modello di separazione strutturale tra la sfera dell’investitore e la disponibilità organizzativa dell’attivo strategico. Il divieto di esercitare direzione e coordinamento, il divieto di impartire istruzioni su finanza, ricerca e sviluppo e operazioni straordinarie, l’obbligo di evitare legami organizzativo-funzionali tra l’area del socio cinese e Pirelli, i limiti di accesso a know-how, sistemi ERP, tesoreria centralizzata, servizi ICT fuori dalla giurisdizione europea e dati elaborati mediante tecnologia Cyber, non erano prescrizioni casuali o meramente difensive. Erano il tentativo di spezzare, punto per punto, la catena attraverso cui una partecipazione azionaria avrebbe potuto tradursi in disponibilità sostanziale di un attivo strategico.
Ma l’aspetto ancora più interessante del decreto del 2023 era altrove: nella sua penetrazione dentro la meccanica della governance. Le decisioni concernenti gli attivi strategici furono attratte nella sfera propositiva del CEO. La proposta sulla nomina e revoca dei key managers venne allo stesso modo concentrata sulla figura dell’amministratore delegato. E, soprattutto, si introdusse una soglia rafforzata per le decisioni contrarie: quattro quinti del consiglio. Qui il Golden Power smette già, in modo evidente, di essere soltanto diritto dell’operazione straordinaria. Diventa diritto della formazione della volontà societaria. Inizia a disciplinare non solo chi entra, ma come si decide. Non solo chi possiede, ma chi propone, chi blocca, chi presiede il punto in cui l’attivo strategico diventa concretamente governabile.
Il decreto del 10 aprile 2026 porta questo processo a compimento, o almeno ne mostra la forma più matura. La previsione secondo cui Sinochem potrà presentare soltanto tre candidati per il rinnovo del consiglio, due dei quali indipendenti, e non potrà esprimere consiglieri destinati alle cariche apicali, non ha principalmente un valore simbolico. Ha un valore funzionale. Essa opera nel punto esatto in cui la partecipazione economica si converte in potere istituzionale. Non colpisce il diritto patrimoniale del socio. Non lo obbliga a dismettere la partecipazione. Non lo estromette in radice dalla struttura proprietaria. Colpisce, invece, la sua capacità di tradurre il peso azionario in comando societario sugli snodi sensibili. In sostanza, si tratta di una sterilizzazione del controllo senza espropriazione.
Per comprendere davvero la razionalità di questa scelta bisogna guardare all’aritmetica del consiglio. In un board composto da quindici membri, una soglia di quattro quinti equivale a dodici voti. Se l’area riconducibile a Sinochem esprime otto consiglieri, è evidente che essa dispone, di fatto, di una robustissima minoranza di blocco. In un contesto del genere, il divieto astratto di esercitare direzione e coordinamento non basta. L’influenza non passa più dalla forma tradizionale dell’istruzione o del comando diretto; passa dalla capacità di arrestare o condizionare i processi deliberativi nei punti strategici. La riduzione a tre consiglieri serve precisamente a neutralizzare questa leva. Il Governo, in altri termini, non sembra mirare alla semplice riduzione della presenza cinese nel board come gesto politico; sembra piuttosto voler recidere il potere di veto di fatto incorporato nella precedente geometria consiliare.
Questa osservazione consente di mettere a fuoco anche l’interesse effettivo perseguito dal Governo. Non si tratta, almeno non in prima battuta, di una politica di ostilità generalizzata verso il capitale cinese. Si tratta di qualcosa di più preciso: impedire che un socio riconducibile a un grande gruppo pubblico di un Paese non UE continui a occupare, in un’impresa strategica, una posizione che gli consenta di trasformare la rilevanza patrimoniale in potere di governo dell’attivo sensibile. Da questo punto di vista, il decreto del 10 aprile non inaugura una linea nuova; corregge una contraddizione rimasta aperta dopo il 2023. Il decreto originario presupponeva già che Sinochem non dovesse esercitare influenza sostanziale sull’asset strategico. La composizione concreta del board, però, continuava a lasciarle uno spazio di condizionamento potenzialmente incompatibile con quella premessa. La nuova misura chiude quel varco.
Si comprende allora anche la funzione del requisito per cui due dei tre consiglieri candidabili debbano essere indipendenti. Non si tratta di un dettaglio cosmetico. Il legislatore del caso concreto non si limita a ridurre quantitativamente la presenza del socio; la disarticola qualitativamente. Impedisce che la residua rappresentanza si coaguli in un blocco integralmente allineato all’interesse dell’azionista. In tal modo, la riduzione numerica si combina con un dispositivo di frammentazione interna della rappresentanza residua. È una tecnica assai raffinata, perché non si limita a sottrarre seggi; interviene sulla possibilità che quei seggi si trasformino in una struttura compatta di presidio degli interessi del socio nelle zone sensibili della governance.
Il profilo forse più interessante dell’intera vicenda, tuttavia, riguarda la Security Organisation e la figura del Security Officer. Qui il caso Pirelli diventa, a ben vedere, uno dei laboratori più avanzati del Golden Power europeo. Pirelli si è dotata già dal 2023 di un’unità organizzativa autonoma dedicata alla gestione degli asset e dei business considerati di rilevanza strategica per la tutela degli interessi nazionali. Il Vice Presidente Esecutivo è stato posto a capo di tale struttura con assenso governativo sulla sua idoneità. E, all’interno di questa architettura, il Segretario del Consiglio è stato nominato Security Officer. Questo dato è fondamentale, perché mostra che la tutela dell’attivo strategico non è stata affidata soltanto a divieti esterni o a condizioni statiche, ma è stata interiorizzata nella struttura organizzativa della società.
Ed è proprio qui che si gioca il tema della legittimità. La domanda giuridicamente seria non è se il d.l. n. 21/2012 nomini espressamente un Security Officer. È una domanda mal posta. La domanda corretta è se il potere di imporre prescrizioni a tutela di un attivo strategico consenta anche di modellare i presidi organizzativi indispensabili a rendere effettiva quella tutela. A mio avviso la risposta è sì, e proprio il caso Pirelli ne offre la dimostrazione più persuasiva. Quando il bene strategico è immateriale, relazionale e tecnologico, la sua protezione non può dipendere solo da soglie proprietarie, divieti astratti o dichiarazioni di principio. Deve passare da procedure di segregazione, limiti di accesso, tracciabilità dei flussi informativi, ruoli di presidio, linee di riporto e responsabilità organizzative chiaramente distribuite. In questa prospettiva, il Security Officer non è una figura eccentrica o patologicamente invasiva. È il punto soggettivo in cui la prescrizione si fa organizzazione.
La scelta di collocare questa funzione sul Segretario del Consiglio è, a sua volta, particolarmente significativa. Essa dice molto sulla natura del presidio voluto dal Golden Power. Non si è scelta una figura puramente tecnica di cyber security. Si è scelto un soggetto collocato nel punto di intersezione tra governance, verbalizzazione, flussi informativi, procedure consiliari, riservatezza e raccordo tra organi societari. È una scelta che rivela la reale posta in gioco: non la sola protezione tecnica di un sistema, ma la sorveglianza sul punto in cui l’informazione strategica diventa decisione o può essere indebitamente intercettata nella circolazione verso il consiglio, il management o l’area del socio. Il Security Officer, in questa architettura, non è un accessorio della compliance. È il garante della separazione strategica.
Naturalmente, il problema del limite non può essere eluso. Un presidio organizzativo di questa intensità è legittimo finché resta funzionalmente connesso alla protezione dell’attivo strategico e non si trasforma in un centro parallelo di direzione generale dell’impresa. Se il Security Officer divenisse, in fatto, una sorta di co-amministratore occulto, capace di sostituirsi stabilmente al board o all’amministratore delegato nella definizione della strategia industriale ordinaria, allora la questione di legittimità si porrebbe in termini seri. Ma il modello emerso nel caso Pirelli sembra muoversi in un’altra direzione. Non costruisce un secondo organo di gestione. Costruisce un presidio concentrato sulla tutela degli asset sensibili, sulla segregazione dei flussi, sul rispetto dei vincoli del nulla osta e sulla tenuta della barriera organizzativa rispetto alla sfera dell’investitore.
Anche sotto questo profilo il caso Pirelli è illuminante, perché mostra come il criterio di legittimità non possa essere cercato nell’astratta maggiore o minore intrusività dell’intervento pubblico, ma nella sua connessione teleologica con l’attivo da proteggere e nella sua proporzionalità rispetto al rischio. Nel capitalismo tecnologico, l’asset strategico non si difende soltanto impedendo una cessione. Si difende decidendo chi può vederlo, chi può proporre delibere che lo riguardano, chi può nominare o revocare i dirigenti che lo gestiscono, chi può accedere ai sistemi informativi che lo incorporano, chi può presidiare i flussi verso l’esterno. In un simile scenario, una prescrizione organizzativa intensa non è necessariamente un eccesso; può essere, al contrario, l’unico strumento davvero adeguato.
Il quadro geopolitico spiega, poi, perché questo caso abbia assunto nel 2026 una urgenza ulteriore. Le nuove regole statunitensi sui connected vehicles e sulle tecnologie connesse a soggetti riconducibili alla Repubblica Popolare Cinese hanno modificato radicalmente il contesto. Per Washington, il problema non è solo commerciale. È di sicurezza nazionale, di accesso ai dati, di possibilità di interferenza o di controllo remoto, di vulnerabilità della catena tecnologica. Una società come Pirelli, fortemente esposta al mercato nordamericano e contemporaneamente dotata di tecnologia sensorizzata integrata nel veicolo, non può ignorare questo mutamento. Il rischio, allora, non è soltanto che il socio cinese eserciti una influenza ritenuta eccessiva sugli attivi strategici italiani. Il rischio è anche che quella stessa influenza renda Pirelli geopoliticamente problematica per i mercati occidentali, a cominciare da quello statunitense.
È qui che la vicenda assume un significato che travalica il solo diritto societario e persino il solo diritto amministrativo dell’economia. Il Golden Power, nel caso Pirelli, diventa uno strumento di compatibilità geopolitica dell’impresa. Non si limita a proteggere un interesse nazionale astratto. Cerca anche di rendere la società “leggibile” e “utilizzabile” dentro un ordine economico occidentale sempre più sensibile alla presenza cinese nelle filiere tecnologiche strategiche. In questa chiave, la scelta di neutralizzare la capacità di comando di Sinochem non appare come una misura simbolica contro la Cina, ma come un tentativo di rendere sostenibile la collocazione internazionale di Pirelli in un ambiente normativo e strategico profondamente mutato.
Proprio per questo mi pare riduttivo leggere il caso nei termini binari del “ci si protegge dalla Cina” o “non ci si protegge dalla Cina”. La linea che emerge non è una linea di esclusione assoluta. È, piuttosto, una linea di de-risking selettivo. L’investitore non viene espulso dal capitale. Non gli viene imposto, almeno allo stato, un obbligo di dismissione. Ma gli viene sottratta la possibilità di utilizzare la propria posizione per incidere sul punto in cui l’attivo strategico diventa organizzativamente disponibile. Il mercato, dunque, non viene negato. Viene disciplinato. E viene disciplinato secondo una logica che distingue tra partecipazione economica e comando istituzionale.
In definitiva, il decreto del 10 aprile 2026 mostra con particolare evidenza la forma matura del Golden Power. Non più, o non soltanto, diritto delle soglie proprietarie. Non più, o non soltanto, diritto delle operazioni straordinarie. Sempre più chiaramente, diritto dell’organizzazione interna dell’impresa strategica. Il problema decisivo non è più solo chi compra. È chi può accedere, chi può proporre, chi può bloccare, chi può occupare le cariche apicali, chi può presidiare i flussi informativi e chi può custodire la separazione organizzativa dell’attivo sensibile.
La misura sui tre consiglieri, con due indipendenti e senza accesso alle cariche apicali, è allora molto più di una correzione di governance. È la traduzione aritmetica, dentro il consiglio, di una scelta di sistema: Sinochem può restare socio rilevante, ma non può più essere socio di governo dell’attivo strategico. Il Security Officer, da parte sua, non è un dettaglio accessorio, ma la personificazione interna di quella stessa scelta: il segno che, quando la posta in gioco è la disponibilità sostanziale di una tecnologia critica, la sicurezza nazionale non passa più soltanto dal controllo delle soglie proprietarie, ma dalla costruzione concreta dell’architettura interna dell’impresa.
Ed è precisamente in questo passaggio che il caso Pirelli assume un valore paradigmatico. Esso mostra che, nel capitalismo tecnologico e geopolitico, il diritto pubblico dell’economia non può più limitarsi a sorvegliare l’ingresso del capitale. Deve governare il punto in cui il capitale diventa potere. E, quando necessario, deve spezzare il nesso tra l’uno e l’altro. È questo, in fondo, il significato più profondo del decreto del 10 aprile: non la repressione di un investimento, ma la neutralizzazione di un comando ritenuto incompatibile con la sicurezza dell’asset strategico e con la collocazione internazionale dell’impresa che lo detiene.
The decree adopted by the Italian Government on 10 April 2026 regarding Pirelli cannot be read as a mere episode of political hardening toward the Chinese shareholder. That reading is too narrow to grasp the point. In reality, the case shows with particular clarity how Italian Golden Power is changing in nature. We are no longer dealing only with an instrument that halts a transaction, blocks an acquisition, or opposes the entry of a foreign investor into a sensitive sector. We are dealing with something more sophisticated: a power which, where the strategic asset is technological, intangible, and embedded in the company’s organisational physiology, comes to shape the company’s internal governance, redistribute the points of command, select the channels of access to information and, ultimately, separate economic participation from effective governing power.
This is precisely the deeper meaning of the Pirelli case. The point is not, or no longer only, that Pirelli has a major Chinese shareholder. The point is that Pirelli has been classified as a company holding technology of strategic relevance and that, once that classification has been made, the issue can no longer be addressed through the ordinary tools of corporate law. Once a company enters the perimeter of strategic assets, the relationship among shareholder, board, management and technology is no longer neutral. It becomes the object of public-law scrutiny and, where necessary, of authoritative structuring.
To understand the significance of the April 2026 intervention, one must start here: Pirelli is relevant within the Golden Power framework not because it manufactures tyres in the traditional sense. Its relevance stems from the nature of Cyber Tyre and from its position at the intersection of sensor technology, software, data processing, onboard electronics and connected mobility. The intelligent tyre is no longer merely a material industrial good; it is a technological terminal. It is a point of information collection, algorithmic processing and communication with the vehicle. Seen in this light, the Pirelli issue is not an issue about rubber. It is an issue about the substantive availability of a technology that falls within the perimeter of advanced sensor systems and, by that route, enters the sphere of economic and technological security.
It is in this context that Prime Ministerial Decree No. 179 of 2020 assumes decisive significance. Not as a mere implementing decree, but as the regulatory hinge that allows the case to be read properly. The reference to critical technologies, including sensor systems and actuators, explains why the Pirelli issue was brought within the scope of Article 2 of Decree-Law No. 21/2012. The point is not whether Pirelli operates a network, a public infrastructure or an essential service in the traditional sense. The point is that it controls a technology which, by virtue of its capacity to collect, process and transmit data, is capable of affecting interests that the legislature regards as strategic. And when the protected asset is of this nature, the traditional vocabulary of corporate shareholding is no longer sufficient.
For that reason, Article 2 of Decree-Law No. 21/2012 must be read, in the Pirelli case, in its full systemic breadth. Paragraph 1-ter is not a technical detail, but the point of attachment that permits the identification, through secondary legislation, of additional assets and relationships of national interest in the extended sectors. Paragraph 2-bis is not an ancillary provision, but the rule that makes relevant those resolutions, acts and transactions affecting ownership, control or availability of the strategic assets so identified. Paragraph 6, in turn, is not merely descriptive language, but a criterion for qualifying risk, since it gives specific weight to the fact that the investor is directly or indirectly controlled by a public administration of a country outside the European Union. In the Pirelli case, these three normative levels fit together perfectly: the relevant technology is the one identified by the Prime Ministerial Decree; the transaction or governance structure affects the substantive availability of that asset; and the shareholder concerned is attributable to a Chinese state-controlled group. The case, therefore, does not rest on occasional geopolitical impressions, but on a precise legal graft.
The 2023 decree had already translated this framework into a surprisingly advanced form of intervention. And this is probably where the true core of the case lies. That decree did not merely impose safeguards or require generic forms of corporate autonomy: it built a model of structural separation between the sphere of the investor and the organisational availability of the strategic asset. The prohibition on exercising direction and coordination, the ban on giving instructions regarding finance, research and development, and extraordinary transactions, the obligation to avoid organisational and functional links between the Chinese shareholder’s sphere and Pirelli, and the limits on access to know-how, ERP systems, centralised treasury functions, ICT services outside European jurisdiction and data processed through Cyber technology, were not casual or merely defensive prescriptions. They were an attempt to break, link by link, the chain through which an equity stake could be converted into the substantive availability of a strategic asset.
But the even more interesting aspect of the 2023 decree lay elsewhere: in its penetration into the mechanics of governance. Decisions concerning strategic assets were drawn into the CEO’s sphere of initiative. The proposal regarding the appointment and removal of key managers was likewise concentrated in the hands of the chief executive. Above all, a strengthened threshold was introduced for decisions contrary to those proposals: four-fifths of the board. At this point, Golden Power quite evidently ceases to be only the law of the extraordinary transaction. It becomes the law governing the formation of corporate will. It begins to regulate not only who may enter, but how decisions are made. Not only who owns, but who proposes, who blocks, and who presides over the point at which the strategic asset becomes concretely governable.
The decree of 10 April 2026 brings that process to completion, or at least displays its most mature form. The provision under which Sinochem may present only three candidates for the renewal of the board, two of whom must be independent, and may not designate directors for top offices, is not primarily symbolic. It has a functional value. It operates at the exact point where economic participation is converted into institutional power. It does not affect the shareholder’s economic rights. It does not compel it to dispose of its stake. It does not expel it outright from the ownership structure. What it affects, instead, is its ability to translate its equity weight into corporate command over sensitive nodes. In substance, it is a sterilisation of control without expropriation.
To understand the rationale of this choice, one must look at board arithmetic. In a board composed of fifteen members, a four-fifths threshold equals twelve votes. If the area attributable to Sinochem appoints eight directors, it is evident that it possesses, in practice, an extremely robust blocking minority. In such a context, the abstract prohibition on exercising direction and coordination is not enough. Influence no longer passes through the traditional form of instructions or direct command; it passes through the capacity to halt or condition deliberative processes at strategic points. The reduction to three directors serves precisely to neutralise that lever. In other words, the Government does not appear to be aiming at a mere reduction in the Chinese presence on the board as a political gesture; it appears instead to seek the severing of the de facto veto power embedded in the previous board geometry.
This observation also brings into focus the Government’s real objective. At least at first glance, it is not a policy of general hostility toward Chinese capital. It is something more precise: preventing a shareholder linked to a major state-controlled group from a non-EU country from continuing to occupy, within a strategic company, a position that allows it to convert economic significance into governing power over a sensitive asset. From this perspective, the decree of 10 April does not inaugurate a new line; it corrects a contradiction left open after 2023. The original decree had already assumed that Sinochem should not exercise substantive influence over the strategic asset. Yet the concrete composition of the board still left it a space for influence potentially incompatible with that premise. The new measure closes that gap.
One can also understand, in this light, the purpose of the requirement that two of the three eligible directors be independent. This is not a cosmetic detail. The regulator in the concrete case does not merely reduce the shareholder’s presence quantitatively; it also disarticulates it qualitatively. It prevents the residual representation from coagulating into a bloc wholly aligned with the shareholder’s interest. In this way, the numerical reduction is combined with a device for internally fragmenting the remaining representation. It is a particularly refined technique, because it does not merely take seats away; it intervenes on the possibility that those seats may become a compact structure for guarding the shareholder’s interests within the sensitive zones of governance.
Perhaps the most interesting profile of the entire affair, however, concerns the Security Organisation and the figure of the Security Officer. Here the Pirelli case becomes, in many respects, one of the most advanced laboratories of European Golden Power. Since 2023 Pirelli has had an autonomous organisational unit dedicated to managing the assets and businesses considered strategically relevant for the protection of national interests. The Executive Vice Chairman was placed at the head of that structure, subject to governmental approval of his suitability. And, within this architecture, the Secretary of the Board was appointed Security Officer. This is crucial, because it shows that the protection of the strategic asset has not been entrusted merely to external prohibitions or static conditions, but has been internalised within the company’s organisational structure.
And it is precisely here that the issue of legitimacy is played out. The legally serious question is not whether Decree-Law No. 21/2012 expressly mentions a Security Officer. That is a badly framed question. The correct question is whether the power to impose prescriptions for the protection of a strategic asset also allows the modelling of the organisational safeguards that are indispensable to make that protection effective. In my view, the answer is yes, and the Pirelli case offers perhaps the most persuasive demonstration of it. When the strategic asset is intangible, relational and technological, its protection cannot depend only on ownership thresholds, abstract prohibitions or declarations of principle. It must pass through segregation procedures, access limitations, traceability of information flows, oversight roles, reporting lines and clearly allocated organisational responsibilities. From this perspective, the Security Officer is not an eccentric or pathologically invasive figure. It is the subjective point at which prescription becomes organisation.
The choice to assign this role to the Secretary of the Board is, in turn, particularly significant. It says a great deal about the nature of the safeguard intended by Golden Power. A purely technical cyber-security figure was not chosen. Instead, the role was given to a person positioned at the intersection of governance, minute-taking, information flows, board procedures, confidentiality and coordination among corporate bodies. That choice reveals what is really at stake: not merely the technical protection of a system, but supervision over the point at which strategic information becomes decision-making, or may be improperly intercepted as it circulates toward the board, management or the shareholder’s sphere. In this architecture, the Security Officer is not a compliance accessory. It is the guarantor of strategic separation.
Naturally, the question of limits cannot be avoided. An organisational safeguard of this intensity is legitimate so long as it remains functionally connected to the protection of the strategic asset and does not turn into a parallel centre of general corporate management. If the Security Officer were, in practice, to become a kind of hidden co-manager, capable of steadily replacing the board or the chief executive in defining ordinary industrial strategy, then the issue of legitimacy would arise in serious terms. But the model that emerges from the Pirelli case seems to move in another direction. It does not create a second management body. It creates a safeguard concentrated on the protection of sensitive assets, on the segregation of flows, on compliance with the constraints of the security clearance, and on the integrity of the organisational barrier vis-à-vis the investor’s sphere.
In this respect as well, the Pirelli case is illuminating, because it shows that the criterion of legitimacy cannot be sought in the abstract greater or lesser intrusiveness of public intervention, but in its teleological connection to the asset to be protected and in its proportionality to the risk. In technological capitalism, the strategic asset is not defended only by preventing a transfer. It is defended by deciding who may see it, who may propose resolutions concerning it, who may appoint or remove the managers who handle it, who may access the information systems in which it is embedded, and who may oversee outward flows. In such a scenario, an intense organisational prescription is not necessarily an excess; it may, on the contrary, be the only truly adequate instrument.
The geopolitical background also explains why this case acquired further urgency in 2026. The new U.S. rules on connected vehicles and on technologies linked to entities associated with the People’s Republic of China radically altered the context. For Washington, the issue is not merely commercial. It is one of national security, access to data, the possibility of interference or remote control, and vulnerability in the technological chain. A company like Pirelli, heavily exposed to the North American market while also possessing sensor technology integrated into the vehicle, cannot ignore that shift. The risk, then, is not only that the Chinese shareholder may exercise influence regarded as excessive over Italian strategic assets. The risk is also that such influence may render Pirelli geopolitically problematic for Western markets, starting with the United States.
At this point, the case acquires a meaning that goes beyond corporate law and even beyond administrative economic law alone. In the Pirelli case, Golden Power becomes an instrument for the company’s geopolitical compatibility. It does not merely protect an abstract national interest. It also seeks to make the company “legible” and “usable” within a Western economic order increasingly sensitive to the Chinese presence in strategic technological supply chains. In this light, the decision to neutralise Sinochem’s ability to command does not appear as a symbolic measure against China, but as an attempt to make Pirelli’s international positioning sustainable in a profoundly altered regulatory and strategic environment.
For precisely this reason, it seems to me reductive to read the case in binary terms such as “Italy is protecting itself from China” or “Italy is not protecting itself from China.” The line that emerges is not one of absolute exclusion. Rather, it is a line of selective de-risking. The investor is not expelled from the capital. It has not, at least for now, been ordered to divest. But it is deprived of the possibility of using its position to affect the point at which the strategic asset becomes organisationally available. The market, therefore, is not denied. It is regulated. And it is regulated according to a logic that distinguishes between economic participation and institutional command.
Ultimately, the decree of 10 April 2026 shows with particular clarity the mature form of Golden Power. No longer, or no longer only, the law of ownership thresholds. No longer, or no longer only, the law of extraordinary transactions. Increasingly clearly, it is the law of the internal organisation of the strategic company. The decisive issue is no longer merely who buys. It is who may access, who may propose, who may block, who may occupy top positions, who may oversee information flows and who may safeguard the organisational separation of the sensitive asset.
The measure limiting Sinochem to three directors, two independent and without access to top offices, is therefore far more than a governance adjustment. It is the arithmetic translation, within the board, of a systemic choice: Sinochem may remain a significant shareholder, but it may no longer be the governing shareholder of the strategic asset. The Security Officer, for its part, is not an accessory detail, but the internal personification of that same choice: the sign that, when what is at stake is the substantive availability of a critical technology, national security no longer passes only through the control of ownership thresholds, but through the concrete construction of the company’s internal architecture.
And it is precisely in this passage that the Pirelli case takes on paradigmatic value. It shows that, in technological and geopolitical capitalism, public economic law can no longer limit itself to supervising the entry of capital. It must govern the point at which capital becomes power. And, where necessary, it must break the connection between the two. That, ultimately, is the deepest meaning of the decree of 10 April: not the repression of an investment, but the neutralisation of a command deemed incompatible with the security of the strategic asset and with the international positioning of the company that holds it.